Quotidiano

Camera di ospedale

In un ospedale di una citta’ italiana, in uno di quei reparti dove si curano le malattie che abbiamo addirittura paura di nominare, ci sara’ stata una donna che e’ morta, l’altra sera.
Il telefono avra’ suonato, in qualche casa di quella citta’, e un marito avra’ risposto, gia’ conoscendo, prima ancora di alzare la cornetta, il messaggio a lui destinato.
E si sara’ vestito in fretta per andare dalla persona che aveva riempito la sua vita fino a quel momento, e da cui non ricevera’ piu’ una sola parola o un solo sorriso.

Non una riga, su nessun giornale, per questo dolore.

Prima assoluta personale

Puccini

Il nonno Giovanni e la nonna Angelina abitavano a Monfalcone.
158 Km da casa, mi informa il routeplanner Michelin appena consultato: pochi, dico adesso che guido la mia macchina; moltissimi, pensavo allora, quando guidava il mio papa’.

Andavamo a trovarli una volta al mese, partendo presto la domenica appena pranzato. I miei fratelli piu’ grandi venivano con noi sempre piu’ di rado, ma quando io avevo dieci anni loro ne avevano piu’ di venti, e le loro misteriose cose rivoluzionarie da fare, con addosso l’eschimo e i jeans sbrindellati che facevano inorridire la mamma e le vicine di casa.
Piu’ le vicine che la mamma, devo dire; la mamma guardava alla sostanza delle cose e i miei fratelli sono buone persone.
A me non dispiaceva essere diventato figlio unico, e mi godevo in esclusiva il sedile posteriore della macchina e le attenzioni dei genitori.
L’autostrada finiva a Mestre, la famosa tangenziale era in costruzione, spesso non prendevamo nemmeno la nuovissima Venezia-Trieste e proseguivamo per la statale. A Torviscosa ci fermavamo al Bar Bianco, lo spaccio della centrale del latte locale, e ancora ricordo il sapore della coppa di panna montata che una felice tradizione mi portava a scucchiaiare.

La casa dei nonni era piccola ma accogliente e dopo aver ricevuto le loro effusioni accompagnate da una graditissima banconota da mille lire, dopo avere appreso che ero cresciuto moltissimo ed averli rassicurati sul mio andamento scolastico, ero finalmente libero di lasciare tutti seduti attorno alla tavola e di gironzolare solo e inosservato.
Adoravo ed adoro essere solo e inosservato.
Ricordo ogni dettaglio di quella casetta, sicuramente non signorile, forse povera la definirei ora. Osservavo la vecchia macchina da cucire del nonno che faceva il sarto, le poltroncine ed il minuscolo tavolino del piccolo salottino che non si usava mai, il tendone a fiori che chiudeva l’ultima parte di un piccolo corridoio a formare una sorta di ripostiglio pieno di oggetti antichi e misteriosi. Dappertutto l’odore del sigaro toscano che, negli ultimi anni di nascosto dai rimproveri di mia madre, la nonna fumava in piedi di fronte alla finestra.

Ad una parete del minuscolo ingresso era appeso un quadretto, che mia nonna aveva costruito, con amore e passione di gran lunga maggiori del risultato artistico finale, utilizzando un vecchio ritaglio di chissa’ quale antica rivista.
Un ritratto di Giacomo Puccini.
Ricordo in modo vivissimo anche la voce un po’ roca della nonna (il suo sigaro toscano!) che canticchiava, a modo suo, delle arie d’opera lirica. E lo faceva sempre sorridendo e liberando lampi di felicita’ dagli occhi chiari.

Ieri sera ho guardato alla televisione, ad ora tarda che’ la prima serata deve essere lasciata libera al vuoto pneumatico di Talpe e Famosi, “Suor Angelica” di Giacomo Puccini, un’opera dai contenuti commoventi, tristi, ma mai gratuitamente lacrimosi.
Ho assistito per la prima volta nella mia vita ad un’opera lirica. Compatitemi pure.

Ma alla fine ho capito gli occhi felici della nonna che canticchiava.

Arriva il drago!

drago

Forse l’abbiamo provata per la prima volta in quel maledetto 11 settembre, la sensazione di avere una catastrofe incombente ed ineluttabile sopra la testa.

Tutti noi eravamo convinti, in quei giorni, che ci sarebbe stato un altro grande attentato, chissa’ dove, chissa’ quando; qualcosa di catastrofico, qualche ordigno nucleare, chimico, batteriologico.
E allora cercavamo di calcolare il nostro grado di esposizione: chi viveva in una grande citta’, e si trovava a dover frequentare luoghi affollati, stazioni, metropolitane, certo, si sentiva piu’ a rischio. In ogni caso un altro terribile e luttuoso evento ci avrebbe colpito, direttamente o indirettamente, tutti.
Ne eravamo certi.
Ma questo pericolo rimaneva alto, impalpabile, era un’angoscia indefinita che pero’ non modificava il nostro stile di vita o le nostre abitudini o la nostra politica.

Sono passati alcuni anni, qualche grave episodio terroristico in Europa si e’ effettivamente verificato, ci sono state le stragi di Madrid e di Londra, ma non la grande, temuta, catastrofe.

Questo senso di pericolo, di provvisorieta’, di minaccia incombente, comunque, non ci ha piu’ abbandonato, anche perche’ e’ stato continuamente alimentato, con svariate modalita’: pensiamo alle epidemie di terribili malattie che periodicamente ci vengono prospettate, dal morbo della “mucca pazza” alla SARS, all’influenza aviaria. Se ricordate, i mezzi di informazione hanno sempre molto disinvoltamente propinato previsioni veramente terrificanti, parlando di milioni di vittime. La minaccia sembrava apocalittica, ma ancora una volta distante e irreale, producendo effetti grotteschi.
Se ne parlava al bar, sorseggiando il caffe’: “Entro tre anni moriranno tre milioni di persone, solo in Europa” sentenziava l’informato di turno. Poi si riprendeva a parlare dell’Inter o della Ferrari.

Anche di queste minacce ce ne siamo dimenticati, fortunatamente.

E l’effetto serra? La famosa desertificazione che, dicono gli esperti, ridurra’ in pochi decenni l’Italia ad un sabbioso deserto? E lo scioglimento dei ghiacci perenni che innalzera’ di molti metri il livello del mare?
Ancora una volta un problema lontano, di cui si preoccuperanno i nostri figli e nipoti, buono magari per qualche servizio al Telegiornale sull’agosto piu’ caldo del secolo, con le immagini di qualche bella ragazza che fa il bagno nella fontana di Trevi.

Ora e’ il turno della grande crisi economica. Questa la stiamo toccando con mano, lentamente, come una brutta malattia i cui sintomi peggiorano di giorno in giorno.

Ma ancora una volta, la nostra attenzione viene subdolamente richiamata verso un futuro cosi’ fosco da sembrare irreale. Si cominciano gia’ a sentire discorsi del tipo:
“Bisognera’ imparare a coltivare l’orto, a mungere le vacche, a fare il pane in casa, se vorremo sopravvivere!”.

Ancora una volta, lo spavento per un futuro troppo brutto da essere immaginato ci distoglie dall’impegno quotidiano e faticoso, dallo studio di soluzioni, dall’eliminazione di storture ed ingiustizie. E chi dovrebbe cambiare rimane uguale a se’ stesso, chi dovrebbe essere fermato continua a marciare, chi ha sbagliato, persevera nell’errore.

I ladri ci stanno svaligiando la casa mentre noi, affacciati alla finestra, attendiamo impauriti il drago feroce che ci incenerira’.

Che sto guardando?

Cannocchiale
E’ la prima volta che vivo, scusatemi.

Quando sono nato, l’ho fatto per la prima volta, la mia infanzia e’ stata l’unica; anche i momenti irripetibili dell’adolescenza, mai vissuti prima, e cosi’ per l’amore, il primo lavoro, i figli.
Tutto ogni volta nuovissimo, appena uscito dalla confezione.
E anche i momenti storici che ho attraversato, gli aspetti della societa’ che ho percepito, di volta in volta, con il trascorrere degli anni: tutto in prima visione.

Ecco perche’ mi trovo in grave imbarazzo, impossibilitato a capire una cosa.

Da un po’ di tempo sto avendo l’impressione di vivere in un mondo in decadenza, una sorta di caduta dell’impero, di fine di un’epoca. Tutto attorno a me mi sembra ormai provvisorio, sento una terribile mancanza di progetti, di speranza, di vero progresso.
Vedo gente affannata a correre, sempre piu’ velocemente, ma senza una meta, senza sapere dove andare. Vedo un’attenzione morbosa ai particolari, ai dettagli, e nessuno capace di fare un passo indietro per vedere tutto il quadro.
Sul mondo, sul nostro mondo occidentale vedo l’ombra di un qualcosa che arriva, sconosciuto e per questo minaccioso, mentre noi siamo troppo occupati a guardarci l’ombelico per poterlo osservare negli occhi.
La grande sala da ballo del Titanic, con l’orchestra che suona e le coppie ingioiellate che danzano.

Vent’anni fa, no, non era cosi’: certo, il mondo non era perfetto, ma almeno eravamo convinti di camminare, di andare verso un futuro migliore. O ero io che avevo vent’anni di meno?

E quindi mi chiedo:
Sto veramente osservando la Storia oppure sto semplicemente camminando nella mia storia?
Sono affacciato a guardare il ventunesimo secolo oppure sto attraversando semplicemente il quinto anno dei miei “quaranta”?

La Gara

Eravamo in tanti, davvero in tanti, quella volta la’.
C’ero anch’io, non me lo ricordo, ma lo so. Forse non e’ del tutto corretto dire che ero io, ma, pensandoci meglio, si, ero io. O perlomeno un qualcosa che non si potrebbe identificare con nessun altro all’infuori di me.
Comunque, poco importa, eravamo tanti e c’ero anch’io.
Si sentiva una tensione spasmodica nell’attesa della Gara.
La Gara: quella competizione a cui tutti noi eravamo destinati a partecipare, ineluttabilmente, una sola volta.
Possibilita’ secca, o dentro o fuori. Uno solo avrebbe vinto, e gli altri, tutti gli altri, non avrebbero avuto un’altra possibilita’.
Se perdevi eri morto, finito, annientato.
Se vincevi, beh, allora la vita cambiava, meglio ancora si puo’ dire che cominciava.
Nessuno di noi aveva mai, naturalmente, partecipato alla Gara, ma tutti sapevano con precisione come si sarebbe svolta. Una corsa all’impazzata, tutti contro tutti, verso il traguardo.
Nessuna regola, nessun giudice, nessuna possibilita’ di appello.
Solo uno vinceva la Gara, gli altri, “kaputt”.
Se allora avessi avuto un cervello, dei sensi, la possibilita’ di accedere alla Storia, forse mi sarebbe venuta in mente quest’immagine, un grigio soldato nazista che mi guarda con occhi chiari ed inespressivi, si passa il pollice trasversalmente alla gola e dice: “kaputt”!.
Ma non c’era quasi nulla allora, e noi stessi eravamo poco piu’ di nulla. Poche cellule ben strutturate, la possibilita’ di muoverci velocemente, e un compito da svolgere.
Se avessimo avuto un cervello, e quindi un subconscio, potrei dire che il nostro compito era scritto nel nostro subconscio.
In realta’ non so dove avessimo scritto o scolpito o memorizzato il nostro compito, ma esso era chiaro, assoluto, inequivocabile: vincere la Gara.
Eravamo tanti, milioni, a partecipare alla Gara.

Ho vinto io.

D come: dare la precedenza

Dare la precedenza

Per tornare a casa dal lavoro percorro la tangenziale nord di Padova fino all’uscita Pontevigodarzere.
La rampa scende e, immediatamente prima di giungere ad un’ampia rotatoria, riceve l’immissione da sinistra di via del Plebiscito, una grande e trafficata arteria a doppia corsia.
La quantita’ di veicoli provenienti da questa strada e’ di gran lunga superiore a quella proveniente dalla rampa di uscita della tangenziale, ciononostante, fino alla fine dello scorso luglio, questi veicoli dovevano dare la precedenza a quelli provenienti dalla tangenziale.
Risultato: nel tardo pomeriggio si creavano lunghe code su via del Plebiscito, mentre l’uscita dalla tangenziale era molto agevole.
Intelligentemente, durante il mese di agosto l’amministrazione comunale ha deciso di cambiare le cose, e adesso via del Plebiscito ha la precedenza, risultando cosi’ piu’ scorrevole a scapito dei pochi veicoli che arrivano dalla tangenziale.

Certo, tra i pochi conducenti dei pochi veicoli che giungono dalla tangenziale ci sono anch’io. E adesso faccio una fatica dannata a immettermi, dando la precedenza, nel flusso costante del traffico di via Plebiscito.

Una scelta corretta e intelligente che e’ andata a risolvere un problema di molti, col sacrificio di una esigua minoranza.
Esattamente la procedura corretta, quello che una buona amministrazione politica dovrebbe fare. Da manuale del buon governo. Una piccola icona di buona democrazia. Un timido ma coraggioso sguardo sul panorama del futuro sociale cosi’ come tutti lo vorremmo. Un afflato di speranza per il cittadino.

Ma io, non so perche’, ho le balle girate.

Il sabato del viaggio

casa_beckenham
Sono ormai entrato, da tempo, nella fase acuta della mia “Sindrome da Anticipazione Virtuale della Vacanza”. Non so se capita anche a voi, ma io devo pianificare ed essere a conoscenza di tutti i dettagli, della mia vacanza. Nulla deve essere lasciato al caso.
Tale malattia inizia ogni anno, a febbraio, quando, dopo aver deciso assieme alla famiglia la meta del viaggio, (Londra, quest’anno) inizio a cercare in Rete tutte le risorse necessarie. L’alloggio, innanzitutto: negli ultimi anni ci siamo trovati benissimo affittando dei piccoli appartamenti che ci permettono di risparmiare molto rispetto all’albergo. Sapete, siamo molto “Cheap”, noi. “Peociosi”, per chi conosce il dialetto padovano.
Prima bisogna scovare il Sito Giusto, quello che propone gli appartamenti con contatto diretto col padrone di casa. Poi, fiuto da segugio e furbizia da ispettore di polizia per scremare le offerte, scansando l’appartamento da 300 mq con vista sulla Torre Eiffel, piscina privata, Jacuzzi, tre televisori al plasma e maggiordomo compreso per 50 Euro al giorno che odorano leggermente di truffa. Occhio a spremere attentamente ogni informazione nascosta nelle pieghe delle sobrie descrizioni, ad elaborare ed interpolare mentalmente le fotografie dell’alloggio, in modo da capire se quella camera ripresa col grandangolo ti permettera’ di andare a letto senza dover passare per la finestra o se in quel bagno la doccia, il wc, il bidet e il lavandino non siano compenetrati in un unico sanitario globale multiforme.
Google Earth e’ di grande aiuto, in questa fase. Non immaginate quale sia la soddisfazione di trovare esattamente l’immagine satellitare della casa conoscendone la zona e usando la foto della facciata. Scoprendo l’enorme fonderia a ciclo continuato 24 ore su 24 che le sta dietro. Oppure che il centro citta’ dista 45 Km di strada sterrata.
Una volta trovata la casa giusta, inizia un’altro eccitante safari telematico: bisogna trovare in Rete anche le conferme sull’esistenza dei proprietari, sul loro mestiere e spesso le loro facce. Per esempio quest’anno saremo ospiti, nel sud di Londra, di un erpetologo e di una ostetrica. Cos’e’ un erpetologo? E’ uno studioso di rettili e anfibi, uno che si occupa di serpenti, rospi, salamandre e altri lucertoloni. Sapete, ho scoperto in una rivista specializzata online che proprio pochi mesi fa l’ultimo rospo gigante di una rara specie si e’ estinto nel giardino di casa sua. Curioso, no? Proprio il giardino su cui si affaccia la nostra camera da let…

Disdire, penali, entro sei mesi, caparra, rinuncia, biglietto aereo non rimborsabile, Landlord responsibilities: none , ci dispiace, sorry, fanc.